LUCA MERENDI
Articolo di Daniele Cascone | Data: 2 Novembre 2005 | Link correlati all'articolo | Ultimi commenti ricevuti (1) Luca Merendi è, come si definisce lui stesso, uno "schiavo del mezzo". La sua è l'attitudine tipica dell'artista digitale, leggermente slegata ai classici canoni dell'arte e in totale simbiosi con il PC, strumento principale e insostituibile per partorire le opere. Opere dove si "respira" pesantemente un'atmosfera che sa di "digitale".
Già avevo avuto contatti via web con Luca Merendi e il suo lavoro e da qualche giorno c'era nell'aria l'intenzione di intervistarlo. In una mia trasferta a Milano, per una sfortunata serie di eventi/dimenticanze, non riesco a incontralo di persona; però, quasi come un segno del destino, mi imbatto per puro caso in un locale dove trovo il suo "alter ego": le sue opere. Che dire; anche se nate e diffuse nel digitale, la stampa "reale" è sempre qualcosa che fa apparire tutto sotto un'altra luce, aggiungendo ulteriore impatto visivo. Daniele Cascone (per Brain Twisting): Cominciamo con il parlare dalla tua residenza "virtuale": qual è il significato di "driveslave" (non solo dal punto di vista letterario)? Luca Merendi: Be' Driveslave è nato da una lettura di fantascienza, un racconto di Tim Ferret, per essere precisi "Dentro il cavo" ed è una metafora del rapporto uomo macchina e viceversa (anche se il racconto non parla realmente di questo rapporto :-D). Schiavo del mezzo letteralmente. Però è una cosa che ha significati diversi. Ovvero il mio personale rapporto con il computer, senza il quale non farei quello che faccio e il rapporto delle persone che guardano quello che faccio attraverso il computer. Per cui residenza è più che azzeccato come termine, visto che gran parte di me è virtuale :-). Altrimenti è solo uno pseudonimo come tanti altri. Ma vediamo anche il lato pratico. Ho iniziato a lavorare con il web come primo impiego, e mi è sembrato naturale usare la rete come vetrina accessibile a tutti, sia in modo casuale che suggerito. Poi nelle sue varie emanazioni il sito ha raggiunto questa forma, privilegiando sia la semplicità e fruibilità senza tanti giochini Flash o abbellimenti che appesantiscono "l'oggetto in sé", sia la flessibilità a mio personale uso e consumo, ovvero la possibilità di aggiornare e modificare i contenuti lasciando integra l'architettura.
D.C.: Visto il tuo rapporto con la rete, secondo te l'artista digitale è semplicemente colui che usa una tecnica diversa o ha anche alla base uno stile di vita incentrato nel "virtuale", che lo rende diverso per natura e per filosofia dal tipico autore contemporaneo? L.M.: Secondo me ci sono tre tipi di artisti digitali: D.C.: Questo "rapporto maniacale" che hai con il virtuale, si riversa in qualche modo nei concetti espressi nelle tue opere o, nonostante tutto, parli di cose lontane dal mondo della rete? L.M.: Più che di concetti parlerei di architettura. Ovvero i concetti sono spesso gli stessi di altri artisti, incubi, horror, fantasy, vita, morte ecc ... e si possono trovare in rete ma anche in mille altri posti. L'architettura invece rispecchia un po' la vita sul web. Se vuoi una cosa te la devi cercare e le cose più interessanti sono sempre ben nascoste. C'è l'abbagliante presenza di un'entità come la rete dei suoi "suoni e luci", però è la vita underground che fa girare le informazioni. non è sempre vero che quello che ti viene spiattellato in faccia sia davvero genuino. La maniacalità sta tutta nell'aggiungere elementi nascosti che solo alcuni cercatori trovano. Altri si fermano in superficie e forse è anche giusto così. D.C.: Descrivi la tua arte come se dovessi spiegarla ad un cieco ... L.M.: Bella domanda difficile, non mi sono mai posto il problema di cosa sogni un cieco . :-( Dico sogni perché non so cosa possa vedere. Però non gli chiederei di immaginare nulla, al contrario gli darei in mano una risma da 500 di carta semiruvida Burgo con copertina di plastica trasparente spessa e liscia e gli direi di aprire il libro soffermandosi sulla copertina e sfogliare la risma lentamente. Questo più o meno è come descriverei quello che faccio, un layer patinato per tutti, 500 fogli da toccare per chi è più curioso. D.C.: Parlami della tua ultima serie "Assenzio" L.M.: Tutto nasce da una mia curiosità. Ovvero trovare e provare tutte le droghe naturali non trattate chimicamente. Tra queste l'assenzio. Da qui inizio a collezionare bottiglie di diverse qualità, sempre legali, poi trovo alcuni tipi di assenzio di contrabbando, poi lo coltivo sul balcone e lo produco personalmente (ehm forse non si dovrebbe dire???). Da qui il desiderio di rilanciare il liquore che da sempre suscita interesse e "paura". Ecco allora che per promuovere le serate di degustazione di Tooeve (lo pseudonimo che uso per l'assenzio) penso di produrre una serie di lavori che le accompagneranno. Rispetto alle cose fatte in precedenza credo ci sia stata un'evoluzione. La ricerca di una sintesi, una pulizia di fondo che fino a qualche anno fa non avrei immaginato. Il bianco domina la scena come per portare fuori gli attori. Prima della serie Assenzio tutto era cupo e nascosto, anzi il passaggio si nota dopo la seconda serata/quadro. Il tessuto del lavoro, dal buio, si svela. Ora è alla luce del sole. Sempre con simboli nascosti, ma abbastanza riconoscibili. Ogni pezzo ha una sua chiave di lettura sintetizzata in un simbolo, che siano mosche, bachi da seta o chicchi di melograno. Meno artistico e più illustrativo forse, ma molto più Lilo. (Simbolo nascosto, Lilo è mia figlia ... e forse è lei che ha cambiato il mio modo di fare "arte").
D.C.: In tutto questo c'è anche un po' di nostalgia bohémien? L.M.: Be' sfido chiunque a non invidiare un pomeriggio intero passato a scrivere poesie al tavolo di un cafè parigino accompagnato da un bicchiere d'assenzio e una caraffa d'acqua ghiacciata. D.C.: Fuori dal virtuale ti dedichi anche a promuovere la tua arte con le mostre; che conclusioni tiri fuori da queste esperienze? L.M.: A dire il vero non un granché. Mi spiego. Molte mostre sono il frutto di concorsi. I concorsi di solito si pagano: iscrizione dell'opera, spese di segreteria, pubblicazione del catalogo ecc ... Traetene voi le conclusioni. E' ovvio che non tutte le esperienze sono così. Ci sono realtà serie che lavorano per noi. Un esempio è Mirada di Ravenna che sta svolgendo un ottimo lavoro per promuovere gli artisti del suo territorio. Queste sono dinamiche che capisci solo col tempo ed è per questo che adesso sto cercando di crearmi un giro mio, stando attento a chi ho davanti. Valutando bene se la cosa vale la pena, evitando i concorsi e le manifestazioni a scopo di lucro, a meno che non conosca personalmente chi le promuove. Ho provato a girare per le gallerie che potessero essere affini al mio stile. Come un commesso viaggiatore, book sottobraccio e andare. Credo che le mostre siano un po' una catena. Se ti infili poi risali di anello in anello. Magari è lunga, magari trovi dove la catena è attaccata. D.C.: ... mi sembra comunque di capire che, nonostante il legame profondo con il web, anche la digital art ha bisogno di esprimersi fuori da un monitor ... L.M.: Se un artista usa il computer come mezzo per fare pittura per forza di cose, una volta finito il lavoro, dovrà stamparlo per renderlo reale. Così si va anche incontro alla comune abitudine di mettere i quadri o le foto appesi a un muro. Certo si potrebbe esporre o vendere, come pezzi unici, anche monitor collegati al computer che riproducono le tue immagini, ma sicuramente il gioco non varrebbe la candela. La digital art fatta per la rete, invece, non soffre di questo problema, visto che per fruirla l'utente deve per forza già avere un personal computer. D.C.: Milano, la tua città, cosa ti offre? Come vivi la tua situazione di artista? L.M.: Milano indubbiamnete offre mille possibilità, un artista curioso può mettere il naso nelle mostre più disparate e conoscere le persone più fulminate. Però mi sorge il dubbio che in ogni caso ci voglia una spinta per emergere. Forse come ovunque e per tutti i settori. Nell'arte però basta una parola detta dalla persona giusta che dal giorno alla notte ti puoi trovare catapultato sulla cresta dell'onda. Io spesso espongo in locali pubblici fuori dal circuito artistico tradizionale, mi piace che anche persone che non hanno comunemente contatti con l'arte possano imbattersi in qualcosa di mio. Milano per questo è eccezionale, vista la vasta selezione di locali, sia quelli affermati da tempo, sia quelli che nascono e muoiono nel giro di una stagione. D.C.: Tornando nel mondo della rete ... segui qualche community on-line nazionale/internazionale che ritieni stimolante? L.M.: Se devo essere sincero sono abbastanza distratto. I siti che seguo di più sono quelli di informazione tipo Exibart, Artegiovane, Graphola, il tuo Braintwisting, Digitalart.org soprattutto per gli aggiornamenti su mostre, concorsi e possibilità artistiche. Diciamo che mi piace di più lo scambio privato piuttosto che "il dibattito di comunità" per cui se ci sono artisti che mi interessano li contatto direttamente per fare due chiacchiere e tengo d'occhio i loro siti per vedere evoluzioni o aggiornamenti dei loro lavori. Un esempio appena "ridisegnato": Conclave Obscurum (http://cmart.design.ru). D.C.: Se non ci fosse stata la rete e il PC, avresti cercato di esprimerti in qualche altro modo? In altre parole ... il tuo istinto di "creare" è innato dentro te oppure è stato il digitale a farti emergere questa passione? L.M.: Diciamo che ho sempre avuto la passione per il disegno, per il modellismo e la scultura. Quello che mi affascinava di più era modellare la creta (complice mio zio artista e insegnante di arte). Da lì la spinta verso il mondo dell'arte, non verso il tridimensionale come sarebbe stato forse ovvio, ma verso il bidimensionale. Forse se dovessi tornare indietro andrei dritto in una bottega a imparare come si "usano le mani". Per fortuna ho scoperto il computer e le mie carenze di disegno sono state integrate dalla fotografia digitale, dai furti di altre fonti e dalla scultura stessa, così spesso base dei miei primi lavori. Ad ogni modo credo che se non ci fosse stato il digitale sarei stato "costretto" ugualmente ad esprimermi in qualche modo. Le immagini che hai in testa le puoi anche tramutare in parole no? D.C.: Hai qualche sogno nel cassetto? E' una cosa fattibile? L.M.: Non ti mettere a ridere, ma il mio sogno segreto è di fare il fabbro ... di spade. Ho chiesto un po' in giro, ma nessuno ha bisogno di apprendisti al momento. In ogni caso il mio nome è nelle liste di attesa delle più importanti forge d'oltremanica. :-) D.C.: ... le tue ultime dichiarazioni finali per terminare questo "interrogatorio" ... :) L.M.: Ok, sono colpevole. LINK CORRELATI ALL'ARTICOLO
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Ciao Sonya